
In data 11 aprile 2013,
il senatore Vito Crimi, a nome del gruppo di M5s ha presentato
ufficialmente due richieste sotto forma di inderogabili e immediati disegni di Legge da far approvare: “Abrogazione della legge 3 febbraio 1963, n.69, e successive modificazioni, sull’ordinamento della professione di giornalista” e “Disposizioni volte alla abolizione del finanziamento pubblico all’editoria“:
questi sono due dei disegni di Legge presentati dal MoVimento 5 Stelle
al Senato. Si tratta degli atti 453 e 454, che hanno come primo
firmatario il capogruppo Vito Claudio Crimi, e che sono stati cofirmati
da tutti i senatori Cinque Stelle. Sono a disposizione di ogni cittadino
della Repubblica Italiana perché sono diventati Atti Ufficiali
rubricati. La notizia non è molto diffusa, è meglio produrre fotografie
dove si vede il senatore Crimi che si assopisce sulla Freccia Rossa.
Tanto sanno che voi siete ormai sufficientemente rimbecilliti per
considerare questa una notizia. L’unica testata nazionale ad avere
diffuso questa informazione è stata Milano Finanza. Propongo il testo
per intero, affinchè possiate toccare con mano, ovverossia leggere con i
vostri occhi, tutta l’argomentazione, il dibattito, la discussione, il
Senso del decreto, l’impatto di tale proposta che la nobile testata
regala ai suoi lettori. ECCOLO:
Editoria: M5S, ddl per abolire Odg e finanziamento pubblico
ROMA (MF-DJ. 11 aprile 2013)–
Il Movimento 5 Stelle ha presentato oggi due disegni
di legge per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria
e dell’Ordine dei giornalisti, che rappresenta “una peculiarita’
tutta italiana”. E’ quanto si legge sul blog di Beppe Grillo, in cui i giornali vengono definiti come “megafono dei partiti pagati con i nostri soldi”. Si tratta, spiega il post, degli atti 453 e 454 “che hanno come primo firmatario il capogruppo Vito Claudio Crimi, ma che sono stati co-firmati da tutti i senatori Cinque Stelle. L’obiettivo dei due disegni di legge e’ “fare in modo che l’accesso alla professione di giornalista e il suo esercizio siano liberi da vincoliburocratici. Si tratta dei quesiti referendari proposti con il V2-Day”.
Questo è tutto ciò che è stato diffuso dall’intera
cupola mediatica. Non trovate altro. Anche in rete, una generale
latitanza. Qualche veloce accenno e niente di più. L’unico sito on-line
che gli ha dedicato un ampio spazio con un succoso e ben documentato
articolo è stato “Linkiesta”, con un bel pezzo di giornalismo vero a
firma Gianluca De Martino che trovate qui http://www.linkiesta.it/abolizione-odg#ixzz2QcUj5LJ2. Eccone un estratto molto interessante:
La
storia parlamentare è piena di tentativi falliti di riformare la
professione giornalistica. Un mezzo passo in avanti si è fatto durante
la scorsa legislatura. La proposta Pisicchio, approvata soltanto dalla
Camera, non prevedeva la soppressione dell’Ordine ma una sua
riorganizzazione e l’introduzione di un giurì per la correttezza. Alla
riapertura del Parlamento, il deputato l’ha ripresentata. Le crociate anticorporative cominciarono nel 1972, con
tre deputati del Partito repubblicano italiano, Francesco Compagna,
Pasquale Bandiera e Adolfo Battaglia. Presentarono una proposta in sette
articoli per chiedere la soppressione della legge approvata dalle
Camere appena nove anni prima. Negli anni Ottanta, poi, l’ordinamento della professione giornalistica finì
nel tritacarne dei radicali. Un gruppo di deputati, tra cui Marco
Pannella e Francesco Rutelli, propose di sostituire l’albo obbligatorio
con una «carta d’identità professionale» sul modello francese. L’idea di
Pannella piacque così tanto che fu riproposta nelle successive due
legislature, il 27 aprile del 1992 e il 26 settembre del 1994. Sempre
nel 1992 la stessa strada fu percorsa da Giuseppe Tatarella, all’epoca
deputato del Movimento sociale italiano, e da otto parlamentari del
Partito liberale italiano. L’ultima proposta di legge del 1994, firmata dal radicale Marco Taradash, fu
sottoscritta da altri 104 deputati di tutto l’arco costituzionale, da
destra a sinistra: c’erano quelli di Forza Italia, di Alleanza
nazionale, del Ccd, della Lega Nord, dei Progressisti, del Ppi, del
gruppo misto. Sembravano esserci i numeri, sembrava potesse realizzarsi
una convergenza sull’obiettivo di liberalizzare totalmente la
professione. Invece fu l’ennesimo buco nell’acqua. La stessa sorte toccò a ben otto proposte di legge, presentate
tra il luglio del 1996 e l’aprile del 1997, sia alla Camera che al
Senato. Il consenso quando si parlava di abolire l’Ordine. Sul “poi”
cominciavano le divisioni, persino sul nome da dare ai nuovi organi di
autogoverno della professione.
Nel 1997 Sergio Mattarella, dopo aver prestato
il cognome alla precedente legge elettorale del 1993 (il Mattarellum,
appunto) propose, insieme con altri deputati dell’Ulivo, la sostituzione
dell’Ordine con un “Consiglio superiore dell’informazione”, che
tutelasse l’autonomia professionale e il rispetto della deontologia. A
tre deputati di Alleanza nazionale, Landolfi, Urso e Selva, piaceva di
più “Agenzia per l’informazione”. E così nello stesso anno presentarono
un’altra proposta di legge. Nelle ultime legislature a tornare di moda è stato il progetto radicale della
carta d’identità per i giornalisti. Una proposta di legge fotocopia è
stata presentata dai radicali nel 2006 sotto il nome di Rosa nel Pugno,
nel 2008 sotto il simbolo del Partito democratico. Identica, nel
contenuto e nell’esito negativo, la proposta del Popolo della Libertà
firmata da Carlucci e Picchi. Ma l’iniziativa che si è avvicinata di più agli obiettivi del Movimento 5 stelle è
quella di un parlamentare del Popolo della Libertà. Nel 2010 il
senatore Raffaele Lauro ha presentato un disegno di legge con due punti
fermi: cancellare l’Ordine dei giornalisti e i contributi all’editoria.
Oltre al disegno di Legge, dal 25 aprile inizia la raccolta di firme
per un referendum in tre punti per una libera informazione in un libero
Stato, per chiedere l’abrogazione della Legge 66/1963 e consentire
quindi l’avvio della professione di giornalista e di operatore della
comunicazione senza vincoli corporativi, burocratici, formali. Vi
propongo, qui di seguito, l’esatta formula del quesito referendario, per
darvi la opportunità di capire, comprendere, ragionare con la vostra
testa e quindi scegliere.
Quando si tratta di cupola mediatica, in Italia, l’ideologia crolla e
sono tutti d’accordo, che prendano soldi delle tasse per stampare Il
Secolo d’Italia o Liberazione, poco importa. In piena emergenza
economica nazionale, il 12 luglio del 2012, alla Camera dei Deputati, il
governo Monti vara un finanziamento eccezionale dell’ordine di 120
milioni di euro a favore dell’editoria. Soldi che finiscono nei
giornali, settimanali, mensili, emittenti radiofoniche, televisive, case
editrici inesistenti, comprese quelle che aggiungono poi al danno anche
la beffa perché praticano l’editoria a pagamento: prendono soldi a chi
paga le tasse sostenendo di veicolare la cultura e li prendono anche
agli autori. Quella legge presentata alla Camera nell’estate del 2012,
immediatamente applicata ed eseguita, era stata approvata, allora, con
454 sì e soltanto 22 no. Il PD, PDL, Udc, Lega Nord, Api, Fli, votarono a
favore. Gli unici che votarono no furono quelli dell’Idv e tre del
gruppo misto. Senza i vostri soldi chiuderebbero perché non sono capaci
di gestire un’azienda, non sono capaci di fare mercato, non sono capaci
di attirare l’attenzione, perché la selezione dei professionisti che
assumono oggi non ruota più intorno al concetto di merito e abilità
(tranne rare eccezioni) bensì intorno alla capacità di essere buoni
imbonitori, con l’unico obiettivo di convincere, confondere, alterare,
annebbiare, per spingervi poi al momento giusto a votare per chi
seguiterà a rubare i soldi delle vostre tasse.
Il costo complessivo dell’intera struttura editoriale mediatica
italiana, si aggira intorno a un miliardo di euro l’anno, tutte a debito
dell’erario, e a questa cifra vanno aggiunte le sovvenzioni degli enti
governativi preposti, tipo: ufficio della Cultura della presidenza del
consiglio; sovvenzioni culturali di varia natura all’editoria; incentivi
produttivi per industrie cartacee; sovvenzioni a pioggia a favore di un
mai conteggiato numero di cooperative editoriali (migliaia e migliaia
di straccioni clientelari) che non producono nulla. La Mondadori,
Rizzoli, e le loro consociate, sono ormai aziende decotte incapaci di
produrre profitto, creare lavoro, dare occupazione, produrre ricchezza:
il loro obiettivo consiste nello spingervi a non pensare, a non sapere, a
non informarvi, a confondervi la mente. Lo fanno con i vostri
soldi. L’Italia è l’unico paese tra i 27 dell’Unione Europea in cui
avviene un obbrobrio giuridico come questo. Per questo ci considerano
una nazione medioevale. Anche per questo ci hanno situato (data 31
dicembre 2012) al 57esimo posto al mondo come esercizio della libertà di
stampa.
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