Come far soldi organizzando scioperi
I cosiddetti rappresentanti dei lavoratori
sono bravi soprattutto a tutelare se stessi. Come dimostrano i fatturati
di Cgil, Cisl e Uil
.
Hanno guidato cortei e inalberato striscioni. Hanno sfilato con le
tute blu e aperto tavoli di trattativa. Poi hanno varcato la porta
spalancata su Palazzo Madama, Montecitorio o Strasburgo.
E hanno cominciato una seconda vita, a volte altrettanto
battagliera, sempre più remunerativa. Senatori, deputati,
europarlamentari, pensionati, naturalmente d’oro. I vecchi capi della
Cisl, della Uil e di quella Cgil che oggi è sulle barricate e corre
verso lo sciopero generale, si sono sistemati per la vita e hanno
sposato incarichi che li hanno trasformati in privilegiati. In figurine
nell’album della casta, quella contro cui tuona la Triplice e che è nel
mirino dell’opinione pubblica.
In realtà, il passaggio dalla nomenklatura sindacale – l’altra casta,
come la chiama Stefano Liviadotti dell’Espresso in un libro – al gotha
della politica è molto facile. Nella scorsa legislatura erano
addirittura 80 i parlamentari con un passato di lotta. Lo si potrebbe
chiamare il sistema dei vasi comunicanti: dai fischietti e dalle marce
ai pranzi serviti dal cameriere in livrea a Montecitorio. I percorsi si
assomigliano. C’è chi è arrivato in cima e chi si è fermato prima.
Fausto Bertinotti, una vita fra Cgil e sinistra radicale, ha
cominciato a difendere gli operai del tessile negli anni Sessanta,
quando nessuno conosceva la sua parlata arrotata e i suoi leggendari
golfini di cachemire. Nel ’94 il giro di valzer. I lavoratori vanno
serviti da Montecitorio. Dove il salottiero leader della sinistra
rivoluzionaria s’installa come un monumento per quattro legislature e
raggiunge l’apice diventando presidente dell’assemblea. Poi la sinistra
estrema viene travolta dalla tempesta elettorale e nel 2008 scompare dal
Parlamento. Il comandante Fausto può andare serenamente in pensione. La
sua indennità raggiunge 6.317 euro al mese. Una cifra che molti
guardano solo col binocolo.
Ma c’è chi se la passa anche meglio: Sergio D’Antoni, uno dei cavalli
di razza della Cisl, nome molto popolare per milioni di lavoratori.
Segretario del sindacato d’ispirazione cattolica per tutti gli anni
Novanta, è approdato al porto dei postcomunisti targati Pd. Ormai è alla
sua terza, inattaccabile legislatura e porta a casa lo stipendio da
deputato che ammonta a 14.269,62 euro. Queste sono le cifre dei
rappresentanti del popolo.
E la Cisl è stata un grande serbatoio di parlamentari. Savino
Pezzotta, capo del sindacato dopo D’Antoni dal 2000 al 2006, è pure lui a
Montecitorio. Non ha scelto come casa il Pd ma l’Udc, continuando al
centro la battaglia di cattolico impegnato. La paga però è la stessa del
collega. Più di 14mila euro al mese, senza contare i benefit. E sulla
stessa lunghezza d’onda si ritrova un altro dirigente di punta del Pd,
Pier Paolo Baretta, negli anni Ottanta e Novanta segretario della
Fim-Cisl, il ramo metalmeccanico del sindacato, e poi nel biennio
2007-’08 segretario aggiunto con Raffaele Bonanni. Raggiunti i gradi di
generale, pure lui chiude nel cassetto la sua prima vita e viene
paracadutato dal Pd come soldato semplice alla Camera. Lo stipendio è
quello di D’Antoni e Pezzotta. Senza esagerare, si può dire che mezzo
stato maggiore della vecchia Cisl è passato dall’altra parte della
barricata. Gli irriducibili avversari dei governi, che talvolta
rischiavano di cadere per uno sciopero generale, si sono ritrovati sulle
sponde della maggioranza.
Qualcuno, invece, si è defilato. Sergio Cofferati, tribuno
insuperabile, radunò al Circo Massimo una folla oceanica per protestare
contro Berlusconi. Nessuno sapeva calamitare le folle come lui e tutti
ricordano il Cinese numero uno della Cgil dal ’94 al 2002. Poi
s’istituzionalizza. I Ds lo chiamano per riprendere una città simbolo
come Bologna. L’impresa riesce ma l’immagine comincia a sbiadirsi. Il
ruolo non è tagliato per Cofferati che amministra Bologna per i canonici
cinque anni e se ne va senza suscitare eccessivi rimpianti. Ora per
ritrovare un pezzo di storia sindacale bisogna andare a Strasburgo. Qui
l’europarlamentare Cofferati fa il suo lavoro e guadagna 13.168,91 euro
al mese. Tanti, tanti di più di un altro sindacalista dal curriculum
lunghissimo: Ottaviano Del Turco. Che oggi è pensionato e non per
scelta: dopo essersi fatto le ossa fra Fiom e Cgil e dopo aver gestito
il Psi nella fase drammatica di Mani pulite, da governatore dell’Abruzzo
è finito in manette il 14 luglio 2008. Gli contestano molti e pesanti
capi d’imputazione, lui si proclama innocente, il caso è ancora aperto.
Ci vuole pazienza. Del Turco aspetta, e intanto se la cava grazie alla
pensione di parlamentare. Quei 12 anni passati fra Camera e Senato gli
fruttano qualcosa come 5.471 euro al mese.
Più di quelli che spettano a un altro Ds molto amato dalla base:
Sergio Chiamparino. Partito come segretario della potente Cgil
piemontese, Chiamparino è poi stato in Parlamento per una legislatura,
prima di diventare sindaco di Torino. Ora, fresco neo pensionato, può
incassare la pensione. Ma a lui toccano «solo» 3.108 euro.
E infine c’è Franco Marini, che iniziò la sua carriera come sindacalista all’epoca
degli studi universitari e divenne nel 1965 il Segretario generale
aggiunto della Federazione dei Dipendenti Pubblici (sindacatoCisl).
Divenne vicesegretario dell’associazione sindacalista e infine
segretario nazionale nel 1985. La carriera più prettamente politica di
Marini ebbe inizio nel 1991 quando ereditò da Carlo Donat-Cattin Forze
Nuove, una corrente interna alla DC e vicina alle tematiche proprie del mondo del lavoro. Sempre nel 1991 divenne Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale del governo di Giulio Andreotti. Nel 1992 venne eletto con la Democrazia Cristiana e nel 1994 si spostò nel Partito Popolare Italiano di
cui ricoprì a partire dal ’97 il ruolo di segretario. Nel ’99 divenne
parlamentare europeo e nel 2002 ricoprì il ruolo di responsabile
organizzativo della Margherita. Franco Marini giunse quindi alla presidenza del Senato nel
2006, ruolo che abbandonò nel 2008, sostituto da Schifani. Nello stesso
anno Napolitano gli conferì un mandato esplorativo per capire se vi
fosse abbastanza consenso per riformare a breve la legge elettorale (e
non solo). Comunque Marini si arrese dopo 4 giorni di consultazioni.
E’ stato infine eletto con il Partito Democratico con
il quale è stato trombato alle elezioni del febbraio 2013 e subito dopo
candidato alla Presidenza della Repubblica ricevendo la seconda
trombatura consecutiva. Attualmente percepisce un vitalizio mensile di
5.300 euro che si somma alla pensione da sindacalista.
Fonte: http://italiapiugiusta.wordpress.com
Fonte: http://italiapiugiusta.wordpress.com

Nessun commento:
Posta un commento