Lo stenografo del Senato come il re di Spagna Busta paga da 290 mila euro
A fine
carriera stipendi quadruplicati. Al lordo delle tasse e dei tagli
tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro,
un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a
417mila.
Può un senatore
guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano
quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i
mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non
è così. Il gioco è sempre quello: citare solo l'«indennità». Senza i
rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il
«netto» in busta paga quasi quasi triplica.
Sono settimane che va avanti il tormentone.
Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla
prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi
da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al
mese. Di là l'insistenza sulla sola «indennità». E la tesi che le altre
voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla
Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi
girano parte dei soldi al partito. Una scelta spesso dovuta ma comunque
legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei
cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i
«gruppi»? Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con
l'opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di
tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006
dal rifondarolo Gennaro Migliore?
Non ha molto senso,
questa sfida da una parte e dall'altra centrata tutta su quanto
prendono deputati e senatori. Peggio: rischia di distrarre l'attenzione,
alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema. Cioè il
costo d'insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del
Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo
delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società
miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un
sistema autoreferenziale.
Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato.
Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre
raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra,
neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al
mondo. Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare
Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da
cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli
unici, qui, a non essere strapagati».
Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole:
«Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente
progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del
genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto». Come può
reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il
re di Spagna? Sembra impossibile, ma è così. Senza il taglio del 10%
imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila
euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a
sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto
lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto,
sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della
Repubblica: 239.181 euro.
Per carità, non «ruba» niente.
Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle
baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94%
dell'ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le
regole non le ho fatte io. Giusto. Ma certo sono regole che nell'arco
della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad
assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la
busta paga. E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al
resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.
Al lordo
delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono
arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256
mila, un consigliere a 417mila. E non basta: allo stipendio
possono aggiungere anche le indennità. Alla Camera un capo commesso ha
diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al
Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione
di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Per non
dire dei livelli cosiddetti «apicali». Il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio
Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al
lordo nel 2007, secondo l'Espresso, 485 mila euro l'anno. Arricchito
successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record
precedente per quella carica. Va da sé che la pensione dovrebbe essere
proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila
lordi l'anno.
È uno dei
nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di
calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari. Basti
ricordare che gli assunti prima del '98 possono ancora ritirarsi dal
lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni.
Esempio? Un consigliere parlamentare di quell'età assunto a 27 anni e
forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un'anzianità
contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione
con 300 mila euro lordi l'anno, pari all'85% dell'ultima retribuzione.
Se poi decide di tirare avanti fino all'età di Matusalemme (che qui sono
60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila
euro sul massimo di 417 mila.
Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori.
A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno
previdenziale di 113 mila euro l'anno che, se resta fino al 60º
compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il
vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi
non potrà raggiungere quei livelli mai. E tutto ciò succede ancora oggi,
mentre il decreto salva Italia fa lievitare l'età pensionabile dei
cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio
al contributivo «pro rata» per tutti. Intendiamoci: sarebbe ingiusto
dire che le Camere non abbiano fatto nulla. A dicembre il consiglio di
presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti
in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo «pro rata».
Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà
superare lo scoglio di una trattativa fra l'amministrazione e le sigle
sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti,
addirittura una decina. Il confronto non si annuncia facile. Anche nel
2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di
vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la
maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro.
E tutto si arenò nei veti sindacali.
Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti.
Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy
Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla
riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in
carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio. Nel frattempo, chi esce
ha la strada lastricata d'oro. Il consigliere parlamentare «X» (alla
larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e
cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni. Da allora,
finché non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà
per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una
pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.
Per 15 mensilità l'anno.
Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a
tagliando. Da umiliare perfino l'ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi
presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in
pensione con 20 mila. Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con
la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010,
sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro
lordi al mese. Per quindici. Vale a dire che porta a casa
complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21
collaboratori più stretti di Barak Obama.
Sono cifre
che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema
impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!)
di toccare le buste paga dei pensionati Inps. I bilanci di
Camera e Senato del resto parlano chiaro. Nel 2010 la retribuzione media
dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall'ultimo dei commessi al
segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno
statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro)
della britannica House of Commons. E parliamo, sia chiaro, di
retribuzione: non di costo del lavoro. Se consideriamo anche i
contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a
163.307 euro. Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non
basta ancora. Perché nel bilancio del Senato c'è anche una voce relativa
al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle
commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non
meglio precisate «segreterie particolari». Con una spesa che anche nel
2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a
14 milioni 990 mila euro. Con un aumento, mentre il Pil pro capite
affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell'inflazione.
fonte: http://www.corriere.it/

una roba da fare accponare la pelle di un povero cittadino comune ,che vergogna nessuno ,bianchi rossi everdi non anno mai fatto nulla ,per cambiare queste porcherie nei confronti di chi fa fatica ad andare avanti
RispondiEliminadategli solo il finanziamento pubblico e vedrete che tutto funziona
RispondiEliminaLa cosa è molto anomala,e d'altronde l'Italia è il paese dei privilegiati-raccomandati.Ma,al di fuori di questa considerazione,a me è entrata una cattiva pulce nell'orecchio:non sarà che provino invidia perché a loro viene elargito di meno?Almeno quelli,anche se non è giustificato il loro stipendio,più o meno lavorano!
RispondiElimina