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giovedì 28 marzo 2013
Sanità e Farmaci, Aveva Ragione Grillo
Tumori: da 7,6 milioni di casi nel 2008 a 13,2 milioni nel 2030 – un business per i medicinali:
Nonostante la scienza vada avanti, seppur a rilento, nel mondo e nel
Nostro Paese si continua a morire di tumore. Peraltro, in Italia, alcune
statistiche su base europea confermerebbero che alcuni tumori sono più
frequenti rispetto alla media del resto dei paesi del Vecchio
Continente. Ecco perché, secondo le previsioni degli economisti, il
mercato dei farmaci antitumorali dovrebbe diventare nel prossimo futuro
la gallina dalle uova d’oro dell’industria farmaceutica. A far la parte
del leone tutt’ora e probabilmente nei prossimi anni saranno i colossi
svizzeri, in particolare Roche e Novartis. Le cifre che gli analisti
dell’istituto IMS Health del Connecticut, hanno previsto sono da
capogiro: il mercato legato ai medicinali contro il cancro crescerà fino
a 75 miliardi di dollari nel 2015.
Facendo un raffronto con il 2009 quando la “fetta” era di 54 miliardi,
la crescita sarà quasi del 40%. È ovvio che l’obiettivo proprietario per
gli operatori del settore è quello di scoprire una cura per una
patologia che secondo alcune statistiche arriverà a colpire una persona
su tre nel corso della vita. È altrettanto vero che ad affrontare la
stessa sfida da una parte vi sono le organizzazioni senza scopo di lucro
e dall’altra le multinazionali farmaceutiche che a differenza delle
prime possono spendere circa trenta volte di più per la ricerca. Per
fare un esempio, la Roche, che più di cinquant’anni fa ha sintetizzato
la sua prima molecola contro il cancro, commercializza i tre più
importanti farmaci contro i tumori (cinque nella ‘top ten’) e controlla
circa un terzo del mercato mondiale. Il settore oncologico rappresenta
più della metà del volume d’affari della multinazionale con sede a
Basilea. Solo lo scorso anno, quest’azienda ha investito la
stratosferica somma di 8,5 miliardi di franchi nella ricerca e sviluppo,
che corrisponde al 19% delle sue vendite. Riuscire ad immettere sul
mercato un nuovo farmaco è un processo lungo e costoso, che può durare
fino a trent’anni. Ed addirittura negli ultimi tempi l’iter è diventato
ancora più complicato per le restrizioni in tema di sperimentazioni e di
applicazioni sull’uomo. Se un quarto del mercato è costituito dai
trattamenti tradizionali, come la radio e chemioterapia, la nuova
frontiera è quella di raggiungere trattamenti più individualizzati, più
efficaci e con minori effetti collaterali, poiché basati sulla
comprensione della biologia tumorale. D’altro canto, queste nuove
terapie mirate, stanno rivoluzionando il mercato, anche perché sono più
costosi da sviluppare, ma nello stesso tempo permettono di migliorare i
trattamenti.
La storia anche recente c’insegna che non sempre le scoperte hanno il
risultato sperato. In questo senso l’esempio del Glivec è illuminante.
Quando è stato approvato nel 2001, il “Time” gli aveva addirittura
dedicato una sua copertina. All’epoca, quindi, si era pensato che questo
farmaco mirato sviluppato dalla Novartis (quarto medicinale contro il
cancro più venduto al mondo) potesse rappresentare il miracolo tanto
sperato contro i tumori. A distanza di dieci anni le aspettative si sono
un po’ affievolite. Inoltre, rispetto a qualche anno or sono,
l’industria farmaceutica ha maggiori difficoltà a realizzare e
commercializzare i farmaci cosiddetti ‘blockbuster’, ossia quelli che
sviluppano un fatturato di almeno un miliardo di dollari l’anno. Le
ragioni sono diverse ed eterogenee secondo l’IMS Health: scadenza dei
brevetti, esigenze maggiori delle autorità di regolazione, riluttanza da
parte dei poteri pubblici a pagare farmaci molto costosi. In questo
momento storico, la via prescelta dalle multinazionali è di scoprire
nuovi farmaci o acquistare brevetti particolarmente promettenti, che
possono sfociare in medicinali che abbiano le caratteristiche che
abbiamo illustrato anche in termini d’innovazione rispetto al passato.
Anche perché, a causa delle naturali regole del mercato, chi sviluppa
farmaci non ha nessun interesse ad avere prodotti senza brevetto. È
ovvio che le industrie farmaceutiche fanno un calcolo di mera
convenienza in quanto non è raro il caso che le ricerche non possono
essere ammortizzate, poiché il mercato è troppo ristretto o il brevetto
sia sul punto di scadere. Un po’ come accade sulle terapie per le
malattie “rare” per le quali le case farmaceutiche fanno il
semplicistico ed egoistico calcolo del “gioco che non vale la candela”.
Ecco perché, rileva Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”,
in questa difficile lotta contro la “peste” del terzo millennio
dovrebbero essere i governi ad intervenire con investimenti massivi
nella ricerca che sopperiscano alle gravi carenze che le dure regole del
mercato determinano quando si tratta comunque di salute dei cittadini.
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