Secondo le previsioni di Carat, importante centro media di Aegis Group, entro il 2013 gli investimenti pubblicitari sui mezzi digitali supereranno per la prima volta a livello mondiale quelli destinati alla carta stampata. La notizia, a prima vista, sembra interessare soprattutto addetti ai lavori, editori, aziende e professionisti impegnati nel mondo della comunicazione. Pensandoci bene, invece, questo dato potrebbe influire ora e nel prossimo futuro anche sulla vita quotidiana di tutti noi, soprattutto dal punto di vista della nostra “dieta mediatica”. Per comprendere la portata di questa tendenza facciamo un piccolo passo indietro, considerando come funziona il sistema dei mezzi di comunicazione.
Attualmente la maggiore fonte di proventi per quasi tutti i media
sono ancora gli investimenti di marchi e aziende in pubblicità, intesa
in tutte le sue molteplici forme dal classico spot televisivo al guerrilla marketing
non convenzionale. La possibilità che ogni mezzo di comunicazione ha di
svilupparsi e migliorare sia dal punto di vista tecnologico che
qualitativo, dipende dunque in maniera significativa dai budget
provenienti dalla raccolta pubblicitaria. In base a cosa i marchi
decidono di investire su un mezzo piuttosto che su un altro?
Principalmente in base a due fattori: il numero di utenti del mezzo (da qui l’importanza dei vari strumenti di rilevazione delle audience), e la sua capacità di coinvolgimento.
Ecco dunque che il cerchio comincia a chiudersi. Dal punto di vista del
numero degli utenti, infatti, già da tempo si sta registrando una sorta
di “migrazione”, soprattutto delle giovani generazioni (ovvero i futuri
“decisori d’acquisto”), dai cosiddetti mezzi classici (tv, radio e stampa) verso i new media
(internet, mobile e mezzi digitali in genere). I new media, inoltre,
grazie al loro alto tasso di personalizzazione, interazione (dopo la
diffusione di internet la comunicazione non è più monodirezionale, ma
bidirezionale) e alle infinite possibilità di sviluppi creativi, hanno
cominciato a dimostrare un potere di coinvolgimento degli utenti spesso
maggiore rispetto ai mezzi classici (voi, ad esempio, cosa fate quando
in tv partono i classici “consigli per gli acquisti”? Alcune ricerche
dicono che per molti l’attenzione passa dallo schermo della tv a quello
del proprio tablet). Queste tendenze, come anticipato, sono in corso da
qualche anno ormai, e i marchi se ne sono accorti cominciando a spostare
i propri investimenti. Sempre secondo Carat a livello globale la crescita degli investimenti nel mezzo televisivo è in lieve calo, da un più 5,5% previsto per il 2012 a un più 5,3% previsto per il 2013. Per i digital media invece la crescita prevista è del 16,5% nel 2012 e del 13,5% nel 2013. Tale tasso di sviluppo porterà i mezzi digitali ad aggiudicarsi il 15,5%
del budget complessivo degli investimenti nei media entro il 2013, una
fetta più grande di quella prevista per la carta stampata (14,3%).
Tutto questo dunque cosa significa per noi “lettori”? Innanzitutto
che il mercato dei media si è accorto della scelta di molti di passare
dai mezzi tradizionali a quelli digitali, spostando di conseguenza i
propri investimenti, e quindi che i mezzi digitali avranno sempre
maggiori risorse per svilupparsi sia dal punto di vista quantitativo che
qualitativo. La nostra vita nel futuro, in altre parole, sarà sempre
più digitale. Ciò significa che i mezzi classici come riviste e giornali
cartacei scompariranno? Le teorie su questo tema si sprecano.
Probabilmente no, e nemmeno c’è da augurarselo. Sicuramente però nel “media mix”
del futuro il peso di ogni singolo mezzo sarà sensibilmente diverso
rispetto a quanto siamo abituati. Quanto diverso, ci piace credere
dipenda dalla scelta e dai gusti degli utenti.
da vodafone.it
da vodafone.it

45 milioni di euro per 29 giornali editi da “cooperative”; 42 milioni per i 17 editi da enti no profit (come L’Avvenire); 28 milioni per gli editi da partito. Una valanga sono i soldi (per il 2010 circa 150 milioni di euro) di cui hanno goduto quotidiani e riviste di ogni genere: editi da cooperative, da enti, associazioni o fondazioni e partiti. E – come ci conferma anche Norma Rangeri, direttore de “Il Manifesto” –proprio la mancanza di un criterio razionale e selettivo nell’assegnazione dei fondi è oggi responsabile di un taglio necessario che, però, sembra colpire giornali storici, come appunto Il Manifesto.
RispondiEliminaPoiché la torta pubblicità è stata fagocitata prevalentemente dalle emittenti televisive, la sopravvivenza dei giornali si è legata al contributo dello Stato e così noi lettori, quando andiamo in edicola, paghiamo il quotidiano una prima volta e poi, quando lo Stato eroga i contributi alla carta stampata con i soldi delle nostre tasse, lo paghiamo una seconda volta.
RispondiEliminaE comunque la democrazia ha bisogno di voci diverse.
Lo Stato apre i cordoni della borsa e versa ai giornali contributi diretti e indiretti. Lo fa con precise e molteplici norme di legge. I contributi indiretti riguardano principalmente: le agevolazioni per le spese postali, per le utenze telefoniche ed elettriche, per il credito in conto interessi e per l’acquisto della carta. I contributi diretti sono previsti per specifiche categorie di giornali e concessi finora in relazione al numero delle copie tirate, non necessariamente vendute.
Nel mese di Novembre 2010 il Governo ha emanato un nuovo Regolamento (DPR 25/11/2010, n.223), per cui i contributi diretti all’editoria, saranno assegnati, da ora in poi, in base al rapporto tra copie vendute e distribuite. Le copie effettivamente distribuite sostituiranno, quale parametro di calcolo per l’erogazione dei contributi, le copie tirate. E’ la maggior novità contenuta nel testo, che intende tutelare i giornali con autentica vocazione editoriale. Le norme entreranno in vigore a partire dai finanziamenti per l’anno 2011.